Rischio e ritorno atteso:

Ecco perché non investo in Cina

Il mondo della finanza è pieno di sigle. Se ci pensi è praticamente impossibile parlare di economia senza citarne alcuna.

Così, per parlarti di Cina, devo partire proprio da due acronimi, uno molto di moda una decina di anni fa e l’altro maledettamente di moda ora.

I due acronimi sono: BRIC (Brasile, Russia, India, Cina) e l’altro ESG (Enviroment, Social, Governance).

Il primo stava ad indicare i paesi in via di sviluppo che erano in rampa di lancio per avere una crescita economica dirompente, il secondo, è talmente in voga ora che non credo abbia bisogno di presentazioni, ma sostanzialmente sta ad indicare la sostenibilità ambientale e sociale di una determinata azienda.

Fine della premessa.

Adesso ti spiego perché non investo in Cina

Per farlo parto proprio dai BRIC:

Devi sapere che nel lontano 2008 io ero un giovane gestore di portafogli multi asset che da poco si era trasferito a Francoforte. Lavorando per una società molto importante avevo spesso la possibilità di pranzare con personalità di spicco ed un giorno ebbi la fortuna di trovarmi allo stesso tavolo con Dirk Enderlein, già allora uno dei gestori azionari più ammirato e rispettato, nonché uno dei miei primi mentor.

A un certo punto del pranzo il discorso cadde sui BRIC e da qui iniziamo a parlare del perché non investo in Cina.

Ricordo che ai tempi ero molto positivo sui 4 colossi emergenti e perciò esposi, con passione, il mio punto di vista a Dirk, sottolineando come il potenziale di crescita potenzialmente più elevato rispetto al resto del mondo si sarebbe tradotto in un vantaggio in termini di gestione del portafoglio.

Le mie parole, però, non convinsero più di tanto Dirk. Da gestore azionario passava tutto il giorno con il naso dentro i bilanci aziendali e così mi disse che, al di là di posizioni tattiche, nutriva forti dubbi sulla capacità di questi paesi di generare ritorni all’interno di portafogli di investimento e che quindi avrei fatto bene a trattare i BRIC con molta attenzione.

Il suo ragionamento si basava su due pilastri a ben vedere incontestabili.

Prima di tutto mi ricordò che la crescita del PIL o GDP (Global Domestic Product ) non rappresenta la crescita degli utili aziendali, quindi anche se questi paesi fossero effettivamente cresciuti non era automatico che la stessa cosa sarebbe successa ai prezzi azionari delle aziende di quei paesi.

Ma soprattutto Dirk volle sottolineare l’importanza della lettera G, del famoso acronimo ESG che all’epoca era ancora sconosciuto ai più.

La G di Governance anche se posizionata come ultima è sempre molto importante nel determinare il successo di un’azienda.

Cos’è la governance?

In breve sono tutte quelle regole, interne ad un’azienda, che le consentono di funzionare. I vari controlli che deve avere per evitare che si facciano errori importanti, o che si favoriscano certi attori (ed esempio il management) a scapito di altri (ad esempio gli investitori), funzioni come il controllo interno, la compliance e l’ufficio rischi, mettono insieme tutta una serie di regole e procedure per garantire il funzionamento e il successo dell’azienda stessa nel lungo periodo.

Il vero problema è che la governance nei paesi emergenti è molto scarsa. Quasi sempre le regole sono in mano a pochi che preservano solo i propri interessi, spesso a discapito degli investitori.

Col senno del poi, Dirk l’aveva vista giusta, ad oggi infatti non si sente più parlare di BRIC, infatti per diversi motivi, Brasile, India e Russia non giocano un ruolo importante nell’economia mondiale. L’unica controcorrente è proprio la C di Cina.

Eccoci al cuore della questione e su perché non investo in Cina.

È particolarmente rilevante ricordare che in Cina i problemi di Governance sono evidenti. Tutti sappiamo che la Cina è un’economia controllata da un gruppo di potere: il partito. Un’altra cosa che sappiamo tutti è che la democrazia in Cina non è ben vista, giusto per usare un eufemismo. Quindi chi è a capo del partito decide non solo le politiche economiche ma anche il successo, o l’insuccesso, delle aziende che a vario titolo controlla.

Facciamo anche un passo indietro e vediamo cosa vuol dire investire in Cina: per investire in Cina posso comprare prodotti, ETF o Fondi, che investono nel paese. Nel momento che compro i miei Euro verranno cambiati in Yuan (rischio valutario) per poi andare a comprare quote di varie aziende Cinesi (rischio specifico azienda). Come detto, queste aziende sono tutte, a vario titolo, controllate dal partito.

Non sono un complottista, ma credo negli incentivi.

Che interessi ha il partito a condividere con “noi” la loro ricchezza e crescita?

Nel momento che investo in un’azienda, di conseguenza mi aspetto che l’azienda cresca, faccia utili e condivida questi con gli azionisti.

Nel caso di società presenti sui nostri mercati sappiamo che, lungi dall’essere perfetti, vedi Enron, Parmalat e via dicendo, esistono tutta una serie di regole che tutelano l’investitore.

E in Cina, che tutele ci sono per l’investitore?

Da una parte non ci sono dubbi che per partito ci sia un grande interesse ad attrarre capitali esteri per finanziare la crescita, perciò i nostri soldi gli fanno gola. Ma allo stesso tempo il partito non ha alcun interesse a condividere con noi l’intera crescita che tali investimenti possono generare.

Potendo dividere la torta come gli pare e piace, senza sottostare a nessuna legge o nessun vincolo, quante probabilità ci sono che la torta venga divisa in modo equo?

Se hai un coltello in mano e puoi fare le fette mentre nessuno ti vede, immagino che anche tu saresti tentato di tenerti la fetta più grossa, specie se nessuno saprà mai né quanto era grande la l’intera torta né le dimensioni della fetta che ti sei tenuto per te.

Fuor di metafora, sono convinto che i cinesi siano in grado di aggiustare i ritorni/utili aziendali, in modo da renderli interessanti ma senza condividere l’intero upside.

Hanno deciso di avere una crescita del GDP al 5-6% all’anno, allo stesso modo posso immaginare che abbiano deciso, cosa che non comunicano ovviamente, di condividere con investitori esteri un rendimento minimo tale da poter continuare ad attrarre capitali esteri.

In sostanza ti daranno il minimo della fetta di torta che ti possa indurre a tornare alla festa anche la prossima volta, ma non ti daranno mai la fetta che ti spetterebbe in base a quanto hai pagato per entrare alla festa.

Alla fine dei conti preferisco prendere rischi dove vedo che il rischio e il ritorno atteso siano correlati in questo caso penso che i rischi non vengano compensati adeguatamente.

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